|
Storia
Antica
La zona sarebbe
stata anticamente abitata dagli Stoni, popolo euganeo che pose la
propria sede a Vestone. Seguirono gli Etruschi, una cui necropoli,
secondo anonime annotazioni del secolo scorso, sarebbe stata rinvenuta
ad Armo. I Galli cenomani costruirono case e fortificazioni, tra cui il
castello di Turano, antecedente rispetto a quello eretto nel 1240 da
Bonifacino di Bollone.
I
Galli Cenomani
Sulla scorta
dei reperti gallici rinvenuti in buona quantità nel trentino
occidentale e specialmente a Storo e a Tiarno di sotto fino alla lontana
stazione di Peio in VaI di Sole, si può discretamente dedurre che essi
abitassero anche la Valle di Vestino lasciando il ricordo nei toponimi
terminanti in -one come Bollone, Persone, Cablone, Caplone,
Bondorìe, Lodrone.
Dato il modo di costruire i loro piccoli centri abitati e fortificati ad
essi si possono pur far risalire i castelli o castellieri di Vico e
Zumie in Capovalle, il Castello di Turano (toponimo preesistente alla
costruzione di Bonifacino di Bollone nel 1240) il castello, divenuto poi
Rocca Pagana, a Magasa con visibili muri a secco, il Castello di Cadria
dominante la valle del Droanello.
Anche i toponìmi Magasa e Cadria sarebbero di origine celtica o
gallica.
Si riconosce ai Cenomani il merito di aver dato notevole sviluppo
all’agricoltura e specialmente all’allevamento del bestiame; pare
anzi che ad essi sia dovuta l’introduzione e la diffusione dei bovini
dì razza bigia.
Al contrario degli altri Galli, mantennero ottime relazioni con Roma
anche se, nel 197 a.C., il console Gneo Pompeo Strabone concesse l’ìus
romano (colonia romana) e nel 49 a.C. la cittadinanza romana con la lex
Roscia; ma tutto riguardava la pianura fino alle colline: Roma non aveva
ancora preso effettivo possesso della Valle e dei paesi limitrofi. Le
nostre vai li erano continua zone di passaggio e di provvisorio accam
pamento per gli Stoni, i Trìdentini, i Lepontini ed altri popoli che
continuavano a far scorrerie in pianura e a moiestare i nuovi padroni.
I Romani
La Valle di
Vestino divenne sicuro dominio di Roma nel 15 a.C., allorché i
figliastri di Augusto, Tiberio e Druso, portarono a compimento la nota
guerra netica che vide domate tutte le popolazioni delle Valli Camonica
e Trompia, del Trentino occidentale fino alle Alpi.
Così la Valle venne a far’ parte dell’impero romano per circa 500
anni ed inscritta alla tribù Fabia di Brescia unitamente alla
Giudicarie, la Valle Sabbia, la VaI di Ledro, il territorio del Garda
con Arco e Riva: il confine con la tribù Papiria di Trento avrebbe
dovuto essere il fiume Sarca. Fu prima colonia romana e, nel primo
secolo dopo Cristo, ebbe la cittadinanza romana.
In tutte le vallate di questa zona fino a Trento stanziava la XXI
legione Rapaces, a presidio delle vie di comunicazione e a difendere gli
abitanti dalle incursioni dei montanari ribelli e dei ladroni. La parte
più alta del colle o dosso di Turano ove, dalla fine del 1500, sorge la
chiesetta di San Rocco, conserva il nome di TORRE: ciò facilmente
comprova che vi fu costruito un fortilizio romano dal quale poter
controllare gran parte della Valle; si può ben ritenere che essa
venisse demolita o per costruire nuove case o da Bonifacio da Bollone
per la fortificazione del Castello di Turano.
L’esigua popolazione, con la venuta dei legionari romani, fu aperta a
migliori relazioni con la Riviera del Garda, con la Valle Sabbia e con
il Basso Trentino.
Incominciò un lungo periodo dì benessere e di pace favorevole
specialmente allo sfruttamento degli estesi pascoli ed
all’utilizzazione del legname ricavato dal le fitte selve che
ricoprivano gran parte della Valle, Il presidio militare di Turano, le
piccole proprietà terriere divennero pagi e vici (villaggi) e si
fecero, per quei tempi, discretamente numerose.
Così i discendenti degli Etruschi e degli Steni e gli ultimi Cenomani
assorbirono lentamente la civiltà, i costumi, la religione, la lingua
romana.
Pochi, oltre il toponimo predetto, sono i ricordi romani: tombe romane
rinvenute a Magasa-Capetel nel 1885 con monete e lucerne funerarie; il
tutto fu portato nel Collegio di Desenzano da don Bartolomeo Venturini,
ma purtroppo più nulla è colà reperibile; si hanno pure un peso di
stadera romana del III secolo d .C. e una moneta romana
dell’imperatore Maximino Pio
Germanico (235-238 d.C.) trovata nel 1969 presso la Chiesa di San
Giovanni Battista di Turano: è proprietà di un privato della Riviera,
mentre il peso è custodito nel museo romano di Brescia. Di romano ci
parlano I’ex castello di Magasa, ribattezzato Rocca Pagana, il Cingolo
Rosso e le frazioni Vico e Vie di Capovalle.
Il Cristianesimo
Le persecuzioni,
anche se furono seme di altri cristiani, ritardarono la diffusione del
Cristianesimo che solo nel 313, con l’imperatore Costantino, ebbe
libertà di culto; divenne religione di Stato con Teodosio, finché nel
415 l’imperatore Onorio comandò che le reliquie e le memorie
dell’idolatria fossero abolite e distrutte,
Non si deve vedere la piccola valle di Vestino, con i finitimi paesi e
valli, tutta cristiana nell’ultimo periodo romano; tutto fu lento e
difficile per superare l’idolatria al gallico dio Bergirmo e ai
romani Saturno, protettore dell’agricoltura, ai Mani, protettori della
casa, a Pane, dio dei pastori, e a Flora e Proserpina, dee delle biade.
La tradizione vuole che la Valle sia stata convertita al Cristianesimo
da San Vigilìo vescovo di Trento e martirizzato in Valle Rendena il 26
giugno del 400 dopo dodici anni di episcopato. Egli era giunto nella
sede tridentina partendo da Milano: pertanto si è portati a credere,
dalle chiese a lui dedicate, che il suo primo contatto sia stato con le
popolazioni del Garda: Punta di San Vigilio, San Vigilio a Tignale e a
Droane, San Vigilio in VaI Trompia sono una discreta catena entro la
quale influì direttamente e, ancor meglio, con i suoi discepoli.
E’ certo che tutte le nostre valli abbracciarono interamente il culto
cristiano con la dominazione longobarda (568-774): al loro Santo patrono
è dedicata la chiesa di San Michele nella omonima valle di Tremosine
confinante con Magasa, la ex chiesetta di Droane andata diruta con il
tempo, la chiesa di Bollone e il paese di San Michele nella valle di
Surro.
Siccome nei primi secoli del Cristianesimo le circoscrizioni
ecclesiastiche si innestarono su quelle civili romane, la Valle di
Vestino fu aggregata alla diocesi di Brescia che si estendeva anche alle
valli del Sarca e del Chiese. La chiesa bresciana, tramite il feudo e la
curia di Vobarno, ebbe pure qui dei piccoli diritti.
I
Longobardi
Per mancanza
di tempo e di spazio rimandiamo il lettore a rivedersi la storia di
questo popolo in Italia e l’amministrazione che applicò nei territori
occupati: fra questi vi fu anche la Valle di Vestino.
Di etimologia longobarda è FOBBIA (=passo, gola, valico): va bene
quindi ricordare i tre passi della Fobbia tra Treviso Bresciano e
Capovalle, fra Costa di Gargnano e Tignale, fra la valle di San Michele
e quella di Bondo nel comune di Tremosine; il passo della Fobiola nelle
vicinanze del monte Spine e della Fobiola fra la vai le di Sass, Droane
e Tavagnone.
Secondo uno scrittore tedesco si deve ai Goti e ai Longobardi lo stile
di copertura a paglia dei fienili che ancora oggi si possono ammirare
sul "gotico altopiano di Rest": quale ingegnere si è anche
premurato di disegnare lo stile di tutta la costruzione.
I
Lodrone
Nel
1185, il Conte Enrico d’Eppan cede i suoi possedimenti nelle
Giudicarie al Vescovo di Trento, Alberto I. Tra i suoi vassalli figura Calapinus
miles de Lodrone.
Emergono - nel frattempo - sempre più duri i contrasti tra Brescia
e Trento, con l’investitura che, nel 1189, il vescovo Corrado fa agli
illustri uomini di Storo del Castello e corte di Lodrone, con il patto
però che non vengano ceduti ai bresciani.
Un secolo e mezzo appresso, Lodovico - il Conte del Tirolo - concede a
Raimondo Lodrone i feudi di Bollone, Cadria e Droane. Questi vengono
riconosciuti nel marzo 1363 da Albrigino e Pederzotto Lodrone,
come provenienti dalla Contea del Tirolo e investiti dal Duca Rodolfo
d’Austria il 13 gennaio 1396.
Dal 1309, Magasa e Cadria (con Turano, Bollone, Moerna, Persone e Armo)
divengono giurisdizione della Parrocchia di Tignale. I Lodrone restano
fino al 1826 ma, nel frattempo, con la subentrata Amministrazione
austriaca, la valle è sotto la pertinenza della giudicatura di Condino
dal 1828.
Un dominio, quello dei Lodrone, che si esprime nell’esercizio del
diritto civile e criminale, con riscossione di tributi vassallatici da
parte delle popolazioni locali sia in denaro che in natura. I paesi
della Valle hanno un’amministrazione indipendente (Cadria è frazione
di Magasa) e solo per le decisioni generali fanno riferimento al
Generale Consiglio della Valle, che si riunisce a Turano.
Nella sua
descrizione della Valle di Vestino, pubblicata nel 1683, il turanese
Bartolomeo Corsetti rileva che «la Valle s’innalza su colli, lì
non viene raccolto che sia sufficiente a nutrire gli abitanti, se non
è importato da altre parti. I prati sono sufficienti al sostentamento
di qualunque genere di bestiame, perciò abbonda di carne e di
latticini. Manca di olio e di vino e di tutti gli altri generi
alimentari necessari. Abbonda, però, di non pochi bisognosi, i quali
per cercare vitto col proprio lavoro sono costretti a trascorrere
parte dell’anno in altre Regioni. Abbondano parimenti coloro che
vogliono dare vita a luoghi selvosi, la Valle dispone di non pochi
luoghi adatti alla caccia, e perciò è delizia per gli stessi Signori
Conti di Lodrone»
Il
30 agosto del 1741 viene confermata l’investitura del feudo di Cadria
a Gio Michele di Lodrone. Il feudo consiste in case, campi, prati e
boschi, monti e pascoli. «Gli astanti paghino - viene stabilito -
secondo l’antico obbligo e costume, annualmente a tutti gli
Eccellentissimi Conti secondo il solito uso avanti praticato per annua
ricognizione» e per ciascuna famiglia viene determinato il denaro da
versare.
Tra Austria e Venezia
Nel 1753, l’Impero d’Austria e la Repubblica di Venezia
trovano un accordo per la delimitazione della linea di confine del
Tirolo meridionale, che comprende la Valvestino. Il proclama viene
emanato il 17 giugno, dopo i lavori della Commissione di Rovereto, cui
sono presenti - in rappresentanza dell’Impero - il conte Paride di
Wolckenstein e Giuseppe Ignazio de Hormayr. Per Venezia c’è il
commissario Francesco Morosini.
A Rovereto, «rivolta con pari impegno l’attenzione al perpetuo
stabilimento della reintrodotta pace», si decide che ogni anno, tra
Pasqua e Pentecoste, dovrà essere esposto il proclama che si riferisce
alle due comunità, austriaca e veneta. Vengono fissati i confini perché
«se ne conservi presente la memoria e in caso di qualche mutazione
questa si renda immediatamente osservabile in modo che non resti per
l’avvenire alcun pretesto di ignoranza». Verranno quindi posti dei termini
da revisionare ogni due anni, ma senza che vi sia pregiudizio per la
strada comune o i sentieri. Si stabilisce che se la linea di confine
viene oltrepassata «per ignoranza» da animali o pastori, non vi
debbano essere «rappresaglie come accaduto per il passato, con tumulto
popolare e toccando campana a martello».
Fissati i confini nel convegno di Rovereto, questi vengono resi visibili
materialmente con la messa in opera di cippi in pietra dell’altezza di
circa 80 centimetri e larghezza di 40. Ciascuno di essi porta un numero
progressivo e l’indicazione dell’anno: 1753. È un lavoro che
richiede costi che non vengono sollecitamente liquidati. Si fa sentire,
per primo, il notaio Gio Pietro Marzadri che, il 27 settembre 1753,
invia la nota spese per le «mercedi meritate» nell’operazione di
stesura dei confini, per un totale di lire 14. Passano tre anni finché,
nel 1756, è la Comunità di Magasa a rivendicare il rimborso delle
spese per la revisione dei terreni a confine.
Dopo il 1796, la Valle assiste al passaggio di francesi ed austriaci.
Sono giorni caotici, aggravati dall’impossibilità di acquistare
derrate alimentari nella Riviera bresciana del Garda a causa delle
scorribande di briganti: in genere sbandati bresciani, veneti e
bergamaschi. Condizioni alle quali si aggiungono ulteriori balzelli che
gravano sulla gente per «spese belliche e contribuzioni somministrate
ai Francesi [...] di ragione propria della predetta Comunità [.]
fiorini 1.920 da pagarsi ogni anno nel giorno della stipulazione del
presente...». E’ il 1801 e l’evento va ad aggiungersi alla torrida
estate che pochi anni prima - nel 1798 - aveva inaridito i raccolti,
provocato un’epidemia di bovini e suini, cui era seguita una carestia.
1807: altra
calamità naturale. Ne parla il tremosinese Tiboni:
«per
istraordinaria impetuosa inondazione, i fianchi de’ monti si
aprirono e franarono. Ogni convalle divenne torrente, onde il fiume
[S. Michele o Campione] uscì dal suo letto e, sormontando le rive per
tutto ove trovava pianura, si spanse, divelse e portò seco alberi
antichi, scavò e travolse enormi macigni, abbatté i ponti, e tutto
il fondo della Valle fu orrendamente sconvolto. E si reputò gran
favore del cielo che veruno sia in tante rovine rimasto vittima».
L’evento ha
ripercussioni anche sulla Valvestino. È in atto, infatti, ad inizio
Ottocento, un fiorente commercio di materiale ferroso trasportato a
Magasa e Cadria da Lorina di Tremosine.
La condizione
economica della Valle è preoccupante.
Nel 1807, «stante
la sua situazione produrrà all’incirca some di frumento 80,20 di
segala, orzo galatico di poco buona qualità 70, sorgo turco 100, il
tutto sufficiente per tre mesi all’anno. Mancano avena e formenton
negro [grano saraceno] giungono dalla Riviera some 1.500 di miglio.
Non vi è coltura di viti. Ufficialmente i boschi sparsi qua e là non
ammettono misura certa. Per calcolo di approssimazione avranno
l’estensione di 2.000 passi circa di sterile prodotto. I boschi non
furono mai divisi in taglio ordinato e non esiste coltura forestale.
Nella Valle non esiste commercio a motivo che le legne sono scarse e
tardi giungono a maturazione. Egualmente, si può calcolare con
difficoltà l’estensione dei pascoli e delle zone prative dei monti,
perché questa Valle è per la maggior parte scoscesa. Gli abitanti,
esclusi i pochi necessari al lavoro in campagna, devono cercare di
guadagnare altrove da vivere. Non esistono manifatture, fabbriche o
filande. Oltre ai poverissimi, la parte bisognosa della Valle ammonta
a circa un quarto che sono occupati a guadagnarsi il vitto con fatiche
giornaliere. La pulizia della campagna è affidata alla vigilanza di
persone preposte, i camperai. Esiste qualche forno, ma provvisorio e
solo per il bisogno del paese, vi si fabbricano mattoni d’occasione
per il solo tetto, cioè fornaci per coppi e mattoni e calchere per
calce. Non esiste alcuna cava di pietra, le case sono di sassi, ad
eccezione del tetto».
Una realtà
tragica, confermata dalla lettura di un contemporaneo documento del
1806: dalla "Tabella di coscrizione" delle persone obbligate
alla classificata steora (del Distretto della giurisdizione della
Val di Vestino) per il mese di novembre 1806, risulta che i contribuenti
del Comune sono 247. Di questi, 61 figurano con la qualifica di operaio.
Compare poi «un contadino con una vacca», 11 «contadini con due
vacche», due «con tre vacche», uno «con 12 vacche», uno «con
cinque vacche», due «con quattro vacche», uno «con sei vacche» ed
anche tre «operai con tre vacche».
Tra le note a margine emergono preoccupanti situazioni personali: «senza
dote e senza assegno vedovile», «vive con la terra già venduta e in
più aggravato da debiti», «senza dote e senza pensione», «le vacche
vengono mantenute con fieno altrui», «vacche mantenute con fieno la
maggior parte comprato».
Alla statistica
segue una nota esplicativa: «in questa classificazione sono state
poste molte famiglie nella classe dei contadini perché possiedono una
o l’altra vacca. Verità di fatto si è che la ristrettissima
campagna viene coltivata dalle donne e gli omeni più della
terza parte sono necessitati a portarsi nel limitrofo Regno d’Italia
a procacciarsi il vitto mancante nel paese. In generale poi la totale
posizione di questa valle è interamente montuosa ed alpestre, non
produce vino di sorta, il terreno è sterile zappativo selvatico che
appena porta a maturità, produce grano per tre mesi all’anno e gli
abitanti sono costretti ad entrare in certi Paesi in tempo d’estate
a procacciarsi vitto e impiego».
Non esistono
manifatture, ma è attiva la coltivazione del lino e della canapa in
quasi tutte le case, fino alla prima guerra mondiale. Ancora oggi, nelle
vicinanze dei paesi, alcuni toponimi ricordano queste lavorazioni: le fontane/e
e, forse, i cui delle caneve o del cànèf a Magasa, el
pos del canev (o cànè/) a Cadria.
Gli Asburgo
Un momento
cruciale è segnato dal Congresso di Vienna (1814-1815) che, in parte,
riporta l’Europa alla situazione pre-napoleonica. Risulta penalizzata
Venezia, che finisce con l’essere sottomessa all’Austria. I domini
della Serenissima subiscono in parte la stessa sorte e la Valle, che
viene incorporata alla Contea principesca del Tirolo, fa ora riferimento
al Capitanato Circolare di Rovereto.
I Conti di Lodrone si vedono restituire la proprietà feudale. Vi
rinunciano il 29 giugno 1826.
La condizione economica della Valle peggiora: è di stenti e miseria
ancora peggiori rispetto ad una ventina di anni avanti. Una congiuntura
aggravata dalla carestia degli anni 1816-18l76.
Sono comunque attive calchere, fornaci da laterizi, fucine, cave
di pietra nera. Si consolida la coltivazione del granoturco e, in breve,
a seguito dell’occupazione francese, quella della patata e dei
fagioli. I cereali finiscono al mulino di Magasa. Con il noce viene
prodotto il mobilio e, con i suoi frutti, olio da illuminazione.
Tra le principali attività, figurano quelle del boscaiolo e del
carbonaio come purtroppo attesta l’elevato numero di incidenti.
Qualche equivoco nasce attorno alla coltivazione del tabacco. Il 17
giugno 1859 la Pretura di Condino chiarisce che «la luogotenenza è
venuta in cognizione che in molti Comuni è invalsa l’opinione che si
può, nel corrente anno, coltivare liberamente tabacco per proprio uso,
come negli anni 1848 e 1849. Si incarica di avvertire la popolazione di
quei comuni nei quali fosse introdotta tale erronea opinione che la
coltivazione del tabacco senza permesso è vietata».
L’Italia
oltre il confine
1859. È in
atto la Seconda Guerra d’Indipendenza che consegna la Lombardia al
Piemonte.
L’Austria ammassa truppe al confine e il Capo Comune di Magasa viene
raggiunto da un invito del Comune di Bondone.
Visto «il numero straordinario di militari accantonati nel territorio
di Bondone che esige grande quantità di viveri e specialmente di carni,
avendo questo Comune fino ad ora somministrato più di 15 armente, e
converrà continuare, così si ordina anche a codesto Comune di prestare
soccorso spontaneo col somministrare almeno tre armente da macello.
Queste dovranno essere previamente peritate da persona intendente ed il
Comune deve garantire a nome del Distretto il prezzo da pagarsi entro
tre o quattro mesi corrispondendo frattanto l’interesse del 6% al
venditore. Non si dubita che codesto Comune vorrà rifiutare tale
requisizione, d’altronde spontanea, giacché in caso diverso
verrebbero requisite forzosamente dalla forza armata, non senza subire
le gravi conseguenze dispiacevoli a lui e dannose per i suoi
amministratori».
In seguito, a Magasa giunge l’invito della Pretura di Condino a
provvedere sollecitamente nel «fornire l’occorrente alle truppe sul
monte Tombea e Comblone, specie vino, acquavite ed altri generi di cui
abbisogna il militare», utilizzando per il trasporto «i muli per le
provviste di carne da macello».
Nel 1862, la situazione di conflitto tra Austria e l’Italia continua a
creare preoccupazioni.
Energico il richiamo della Pretura di Condino: «Per ordine superiore si
avverte codesto Comune che attese le attuali relazioni politiche non si
può tollerare senza una autorizzazione superiore le corrispondenze
immediate fra i comuni tirolesi e quelli del Piemonte e che quindi,
qualora le circostanze richiedessero una corrispondenza ufficiosa fra
comuni di confine, il rispettivo comune avrà a rivolgersi alla
soprascritta».
Una condizione, quella di terra di confine, che ingenera continui
equivoci, specie per l’eventuale renitenza al servizio militare.
Nel 1889, Giovanni e Antonio Pace «appena sono entrati nel paese di
Magasa essendo reduci dall’America si presentarono al Capo Comune
affinché questo voglia fare cenno col rimettere il presente
all’inclito Imperiale Regio Capitanato di Tione affinché questo
voglia interporsi presso le autorità militari che gli sia più inclita
la pena, la più mite essendo essi come refretari».
Assistenza medica carente, istruzione garantita da qualche persona più
colta degli altri o dai preti che suppliscono anche all’assenza di
notai dopo l’abolizione del collegio notarile della Valle. Chi non
vuole ricorrere al clero si reca a Condino.
Modesta l’alimentazione: perlopiù polenta, pane e minestra, latte.
Intanto, crescono i contatti commerciali tra la Valle e l’Italia dove,
tra il 1860 e il 1880, l’aumento della produzione agraria è il dato
fondamentale dell’economia.
Il problema economico dell’Italia di quel periodo è, in verità, dato
dalla mole crescente dei consumi, da porre in relazione con
l’incremento fortissimo della popolazione passata dai 25 milioni del
1860 a oltre 29 milioni di vent’anni appresso.
Negli anni tra la Seconda e la Terza Guerra di Indipendenza (1859-1866),
tra la frontiera italiana e quella austriaca della Valle vengono
edificate alcune caserme.
L’Italia ne costruisce, per la Guardia di Finanza, al Casello di
Dogana sul dosso della valle Rio di Vincerì, vicino allo sbarramento
dell’attuale diga di Valvestino, a Cocca Veglie, nella zona di
Capovalle, nelle vicinanze del Rio Secco, nelle vicinanze del passo
Vesta e nella zona di Boccapaolone, in territorio di Gargnano.
Verso la fine dell’Ottocento, l’economia della Valle si basa
sull’emigrazione. Gode di maggiore considerazione chi viaggia con
passaporto austriaco.
Un caso spiacevole, e non certo l’unico, accade nel 1874, quando il
Capitano del Distretto di Tione scrive:
«Certo Giovanni Gottardi, di costì, arrestato in San Pietro di Croazia
per mancanza di passaporto, venne tradotto alle mie dipendenze ieri sera
ed io, dopo averlo ripreso severamente, lo rimettevo in libertà con
l’ordine di restituirsi entro 48 ore in patria a scanso delle penalità
di legge. Provvederà che il Gottardi non abbia a partire ancora senza
passaporto e senza i necessari mezzi di sussistenza. Siccome il Gottardi
era senza danari per fare il viaggio da Tione a Magasa, gli anticipai
soldi 25. Invito codesto Comune a qui spedire tale importo entro otto
giomi».
Fine Ottocento
Secondo lo
storico bresciano Gabriele Rosa, la Valle di Vestino, «la più ricca di
prodotti montani», versa a Gargnano intorno a mille quintali all’anno
di carbone, che viene mandato fino a Torino, e offre pascolo a circa
mille pecore.
Il gardesano Claudio Fossati descrive così la Valle, a fine Ottocento.
«Nessuna strada carreggiabile mette nella Valle, ma il sentiero più
antico e più comodo è certamente quello che da Toscolano sale a
ritroso del fiume e mette, in poco meno di sei ore, a Turano. Privi di
industrie e di commerci, gli abitanti più agiati si dedicano
all’allevamento del bestiame che hanno numeroso e di buona razza ed al
caseificio, mentre i poveri validi emigrano in primavera nelle vicine
province dell’Impero ed in Lombardia a esercitare il mestiere del
carbonaio e taglialegna, nei quali sono abilissimi. Frugali e onesti,
ritornano a tardo autunno ai loro monti con un gruzzolo di risparmi
bastanti a svernare la famiglia. Anche i più poveri posseggono una
casetta, l’orto e qualche palmo di terreno che viene lavorato a vanga
dalle donne. I boschi comunali forniscono i poveri di legna per le
famiglie e pascolo a qualche capra. Tutti sanno leggere e scrivere;
hanno in generale ingegno acuto o parola immaginosa e facile, naturale
disposizione a studiare ed apprendere, onde avviene che fra quei pastori
e carbonai emersero spesso persone di vaglia. La criminalità è quasi
affatto sconosciuta in Valle. Il solo contrabbando fomentato dalle
ingiuste tariffe, dai facili guadagni, dalla povertà degli abitanti, è
stimolo a violare le leggi. Le cime dei monti sono coperte di ricchi
pascoli ove, durante l’estate, si nutriscono 600 vacche indigene
premiatissime, circa 700 capre e altrettante pecore. Anche i prodotti
del caseificio e il bestiame vengono esportati di preferenza per le vie
di Gargnano. Fino a pochi anni fa i pascoli comunali, come anticamente,
erano goduti insieme da Consorzi, cioè dei vari proprietari di bestiame
i quali contribuivano un tanto per capo al municipio: ora la necessità
di fare calcolo su somme determinate e certe fece dai comuni dare il
sopravvento al sistema delle locazioni a lungo termine, perciò i più
facoltosi dispongono essi soli dell’alpe con discapito dei piccoli
allevatori. Sempre così: i governi aristocratici favoriscono i più
poveri, i democratici i più danarosi. Strana fortuna delle parole. La
popolazione è intelligente ma poco e mal nutrita, e traente origine da
pochi ceppi, perciò è molto consanguinea e deve subire la triste
influenza degli incroci. Tale situazione di fatto, sebbene gli effetti
debbono essere stati contrariati dalla bontà dell’aria,
dall’assenza di complicazioni sifilitiche, ha fatto espandere in Valle
la scrofola e l’anemia che mietono vittime a preferenza sulle
giovinette. Il dialetto della Valle è il bresciano con qualche rara
forma trentina. Come tanti altri montanari pronunciano l’esse in
principio di parola. Gli uomini vestono cappellaccio a cono con berretta
di refe, camicia di lino aperta sul petto, brache a giustacuore di
stoppa filata e tessuta in casa, gambiere di pignolato e zoccoli o
scarpe basse. Le donne vestono succinte con la vita molto alta, come
alla moda dell’Impero; sono resistenti alle fatiche: camminatrici,
spesso accompagnano i mariti o vanno a visitarli e ad aiutarli alle
baite, lontane sette o più ore di cammino, recando in spalla i bambini
nelle loro culle di vimini, di assicelle di abete. Tre volte la
settimana, un postino sale da Storo, il paese di notevoli dimensioni più
vicino alla Valle, con lo scopo di distribuire le lettere che impiegano
oltre sei giorni per giungere a destinazione. Per un pacchetto ci
vogliono 14 giorni».
In merito all’istruzione, è diffusa l’abitudine di sottrarre i
bambini alla frequenza scolastica.
Nel 1884, l’Imperiale Regio Capitanato di Tione scrive: «In non pochi
comuni di questo Distretto si lamenta l’inconveniente che i genitori
affidano i loro figli ancora obbligati alla frequentazione della scuola
a terze persone, specialmente ad arrotini, spazzacamini, ecc. i quali li
conducono il più delle volte in Stati esteri. Saranno avvertiti i
genitori che l’obbligo della frequentazione della scuola dura fino
all’età di 14 anni compiuti e che soltanto i fanciulli dell’età di
12 anni possono, da questo Capitanato, venire dispensati
dall’ulteriore frequentazione dalla scuola, purché l’abbiano
frequentata per sei anni (legge scolastica del 14 maggio 1869)».
Il
Novecento
Nel dicembre
1908, i comuni della Valle approvano all’unanimità i piani di Giulio
Angelini, ispettore forestale di Brescia, per il rimboschimento di vaste
plaghe boschive ormai denudate e quasi completamente improduttive. La
posa di lanci e pino nero d’Austria dura dal 1900 al 1914.
Nel 1910, sorge a Magasa una cooperativa di consumo. Chiude nel 1930 per
essere rilanciata nel 1933, ma ha vita breve.
Con la prima guerra mondiale, la Valle diviene italiana. Il 26 maggio
1913 entra in Turano una compagnia di soldati italiani ed i carabinieri
occupano la gendarmeria lasciata dagli austriaci. Gli italiani «entrano
prima per Moerna, Persone, Cadria, Magasa e vanno a posarsi sui prati di
Magasa e quindi Tombea». I bersaglieri entrano in Magasa provenienti da
Tignale, Cadria, Bocca Paolone e Costa di Gargnano.
Una Cassa Rurale aveva aperto i battenti nel 1910. Due anni prima
un’analoga iniziativa era decollata a Moerna e nel 1921 anche Turano
ha la sua Cassa Rurale, tuttora operativa sotto la denominazione di
Banca di Credito Cooperativo di Bedizzole e Turano Valvestino.
Il 1914 potrebbe essere l’anno buono per la costruzione
dell’impianto telefonico nella Valle, autorizzato dal Ministero del
Commercio austriaco.
Tutto sembra procedere a dovere, ma la "Post telegrafen Direction
di Innsbruk", il 28 dicembre, scrive:
«La costruzione di un impianto telefonico nella Valle di Vestino si
sarebbe incominciata coi lavori tosto che fosse stato disponibile un
corrispondente numero di lavoratori adatti e fossero stati pronti i
pali. In seguito al subentrare immediato della situazione creata dalla
guerra non può purtroppo venire più mantenuta. Le condizioni
finanziarie dello Stato non permettono più spese rilevanti per la
costruzione di impianti telegrafici o telefonici; l’Imperiale Regio
Ministero del Commercio ha perciò disposto che ora simili costruzioni
telefoniche, fino a nuovi ordini, possono venire promesse solo quando
gli interessati siano disposti a pagare anticipatamente l’introito
tasse dell’ammontare di tutto l’importo della spesa di costruzione,
che nel caso attuale importano 7.300 corone. Il rimborso di questo
importo che sarebbe da dedicarsi senza interesse, verrebbe effettuato
colla consegna degli introiti-tasse dei parlatori della Valle di Vestino
agli interessati. Questo stato di cose durerà per lo meno per tutto il
1915; probabilmente però dovranno risentirne anche i prossimi anni.
Essendoché escluso che gli interessati della Valle di Vestino siano o
verranno ad essere in grado di dedicare il suddetto importo per la
costruzione del telefono colà, la costruzione dell’impianto
telefonico per la Valle di Vestino deve venire prorogata a tempo
indeterminato».
Nell’autunno 1913 riprende l’insegnamento nelle sette scuole della
Valle, con insegnanti del posto o inviati dal Commissariato Civile. Il
Commissariato provvede anche a dispensare dalla frequenza alle lezioni i
ragazzi che devono lavorare nei campi in primavera. Esonero anche in
occasione dei tridui e per la festa patronale.
Ripresa l’attività abituale dopo la Grande Guerra, la gente della
Valle ritorna ai lavori consueti, in specie l’allevamento. Riprende la
coltivazione del foraggio, dei cereali, di patate e ortaggi.
Carbonai e boscaioli lavorano sul posto o emigrano.
Permane una situazione di disagio sotto l’aspetto sanitario: prosegue
l’assistenza dei medici militari dopo il 1918, poi, nel 1924, ecco un
medico condotto.
La luce elettrica giunge a Magasa il 23 dicembre 1923, a Cadria nel
1932.
I Comuni di Armo, Bollone, Moerna, Persone, Turano e Magasa vengono
unificati il primo marzo 1929. Nel 1931, il nuovo Comune prende il nome
di Valvestino. Successivamente, in seguito alle richieste
dell’Amministrazione della Valle, Valvestino entra a fare parte della
provincia di Brescia, nel 1934.
Dal primo gennaio 1948, Magasa torna a formare Comune a se.
La carrozzabile che collega Magasa agli altri nuclei abitati della Valle
viene messa a punto tra il 1931 e il 1932, negli anni - quindi -
immediatamente successivi alla grave crisi economica mondiale del 1929
che riducono la possibilità di ricorrere all’emigrazione.
Una boccata di ossigeno per l’occupazione giunge dalla costruzione
della Gardesana Occidentale nel suo tratto da Gargnano a Riva
(1929-1931) e della Navazzo-Magasa (1934), tronco stradale,
quest’ultimo, necessario per rivitalizzare la Valle. Il progettista è
Federico Cozzaglio.
Il servizio di autocorriera da Magasa a Gargnano è operativo dal 1933.
La strada di collegamento con Cadria viene realizzata tra il 1958 ed il
1968.
Dal 1942 al 1946 opera nella Valle un cantiere per la raccolta della
resina dei pini, denominata Resinera.
Un nuovo e notevole impulso alla vita della Valle viene offerto dal
1939 al 1962 con la costruzione della diga che sbarra il torrente
Toscolano.
L'amministrazione di Magasa (come quella di Valvestino, del resto)
appiana debiti nel bilancio negli anni Sessanta con la cessione
all’Azienda Regionale delle Foreste della Lombardia di parte del
territorio montano e boschivo.
La
Storia del comune di Magasa
Magasa
è un piccolo comune montano di 230 abitanti situato nell’entroterra
del Garda bresciano e precisamente nella Valle di Vestino. E’sistemato
a metà del pendio dell’altipiano di Denai ad un’altezza sul livello
del mare di 976 metri.
Le
sue origini sono antichissime, e per alcuni, risalirebbero ad un
insediamento di popolazioni celtiche. Il toponimo di Magasa deriverebbe
dalla parola celtica "Mag" che significa campo.
Abitata
dagli Stoni, dai Galli Cenomani, fu dominio romano e longobardo.
Quest’ultimi, sembra abbiano lasciato traccia della loro presenza,
nella costruzione dell’intelaiatura delle travi che compongono i tetti
dei fienili con copertura in paglia di frumento, ancor oggi sono
visibili nella ricostruzione originaria sull’altipiano di Cima Rest.
Dal
1200 al 1807, Magasa come tutti gli altri sei paesi della Valle, fu
feudo dei Conti di Lodrone e territorio del Principato vescovile dì
Trento.
Il
congresso di Vienna del 1815 riconfermò la giurisdizione di queste
comunità all’Impero Asburgico e alla città di Trento.
Terra
di confine dal 1426 al 1797 con la Repubblica di Venezia e con il Regno
d’Italia fino al 1918, fu per secoli percorso obbligato per quegli
eserciti che, intenzionati a evitare I ‘agguerritissima Rocca d’Anfo,
scendevano dal nord Italia verso la pianura Padana, o viceversa vi
salivano. Numerosi furono i passaggi e le occupazioni militari; 25
maggio 1513, Scipioni Ugoni di Salò, condottiero di milizie
rivierasche, aiutato dai gargnanesi, invase la Valle e saccheggiò e
incendiò la terra di Magasa per vendicarsi delle scorrerie fatte sulla
Riviera dai bellicosi Conti di Lodrone e per l’aiuto da essi prestato
all’esercito tedesco; gennaio 1516, Magasa è nuovamente messa a
"ferro e fuoco" per ordine del provveditore veneto di Salò
Zaccaria Contarini; novembre 1526, Giorgio Frundsberg, proveniente dalla
Germania ed alla guida di diecimila terribili lanzichenecchi, transita
per la Valle diretto alla conquista di Roma; 1600, il bandito Giovanni
Beatrici detto Zanzanù, braccato dai soldati veneti si rifugia nella
vallata del Droanello; 1796, soldati napoleonici requisiscono animali e
cibarie; 1800, soldati austriaci e garibaldini si alternano nelle
occupazioni; infine, nel 1915, soldati italiani liberano Magasa e la
Valle di Vestìno da oltre un secolo di amministrazione austriaca.
Magasa
si staccò dalla provincia di Trento nel 1934 diventando frazione di
Turano. Ritornò comune nel 1947, ristabilendo così l’antica
autonomia amministrativa, infatti i suoi statuti rinnovati risalgono
addirittura al 1° ottobre del 1589. Per quanto riguarda la Corte
d’Appello Magasa fa capo tuttora al capoluogo trentino.
Dal
punto di vista ecclesiastico Magasa, fino al 1785, è stata alle
dipendenze della Pieve di Tignale. La Chiesa parrocchiale, intitolata a
sant’Antomo abate, è stata costruita intorno al 1740, probabilmente
sull’area di una preesistente chiesa longobarda. Il campanile è di
epoca di poco successiva. Oltre ad alcuni dipinti di pregio va segnalato
il pavimento di pietra ammonitica rossa e gialla ricavata dalle cave di
Marmer sul monte Denervo. Cadria è l’unica frazione del comune di
Magasa è posta su un cocuzzolo che domina la vallata del Droanello. Qui
sorge la graziosa chiesetta dedicata a san Lorenzo, di origini
antichissime e ricostruita nel 1547. Nel 1700, Cadria risultava
"feudo diretto" della nobile famiglia Lodrone, nel 1972, dopo
circa duemila anni di cristianesimo, vi giungeva in visita, per la prima
volta, un vescovo, mons. Luigi Monstabilini della curia di Brescia!
.Con
il progressivo ma inarrestabile spopolamento, l’economia di Magasa è
in forte crisi, pur tuttavia, l’allevamento del bestiame ricopre
ancora un’importanza considerevole nella vita dei suoi abitanti.
L’abbondanza di pascoli e lo sfruttamento nei mesi estivi delle malghe
della Casina, Corva,, Bait e della più rinomata Tombea, permettono una
buona produzione di formaggio e burro, venduto per la maggior parte in
loco o durante la "Festa del formaggio" che solitamente si
tiene la seconda domenica di settembre.
STORIA
TRATTA DA:
La Valle di
Vestino di Vito Zeni (manoscritto)
Boschi,
fienili, e malghe Magasa tra il 16° e il 20° secolo di Bruno
Festa
Indietro
|